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LA FELICITA' COSA CREA?

November 28, 2016

Ogni circostanza dell’esistenza è in sostanza una generatrice di cause, ogni avvenimento che accade, ogni attimo che scorre sull’instancabile ruota del tempo, ogni singola interazione fra la realtà soggettiva e quella oggettiva è una causa che determina inequivocabilmente una conseguenza, un effetto. Come curiosi spettatori assistiamo allo svolgersi immanente di un continuo intreccio di rapporti causali e consequenziali, i quali, senza la minima percezione di se stessi, si avvicendano senza tregua. Come umili visitatori di una realtà ben consolidata nella sua essenza, ci inerpichiamo a fatica nella definizione di una matrice che soggiace una struttura così ampiamente più complessa delle nostre capacità che evidenti si spianano sulla tavola degli strumenti a noi concessi. Capacità che però ostinate si dimenticano della latenza dormiente e sognatrice che si accomoda sul palcoscenico per far nota di sé al pubblico, un pubblico che è la rappresentazione degli innumerevoli raggi di un proiettore eterno, riflessi nello specchio posizionato al centro dello stesso palcoscenico. In quello specchio, l’umanità,  la sola capacità latente che in essa riassume ogni singolo individuo della platea in subbuglio, è tacita per gli sconfinati punti di domanda che affollano le vite degli spettatori, si osserva all’interno di un singolo labirinto dalla certa uscita, in esso si incammina fra gli angoli del suo stesso perché e tenta ardentemente di convogliare in una sola certezza i dubbi nebbiosi che nella sala si diffondono.

 

 

Tutt’intorno allo specchio, i rapporti causali recitano la loro parte in perfetta sincronia, come una sinfonia universale suonata da un’orchestra che non richiede la presenza di alcun maestro. Su quelle note la capacità latente per eccellenza cerca il suo spazio, è attenta a seguire ogni minimo movimento, ogni impercettibile interazione, ogni passaggio di tonalità, perché forse, in uno spazio mancante troverà il suo posto, in una infinitesimale assenza potrà posizionare se stessa, potendo quindi diventare parte integrante del maestoso labirinto nel quale si trova. 

 

La dimensione che si determina fra gli spettatori, gli attori, la scenografia, il teatro in sé, è un universo generatosi dove il tempo non aveva ancora luogo, quando lo spazio non aveva ancora un’età, quando e dove il nulla era l’equivalente del tutto. Non essendoci ancora alcun soggetto, non vi era la necessità di un’immagine concreta, non vi era l’esigenza di una parola che definisse il verbo in quanto tale. Vi era nulla che potesse esserci, era tutto come dovesse essere, era il nulla a voler esser tutto. Sembra impossibile spiegare una dimensione che nasce da una tale condizione, ma come ha fatto dunque l’umanità a trovarsi su un palcoscenico simile? 

 

Il rapporto di causa-effetto che si palesa nell’opera della vita è l’atto primordiale e finale, la costante che percorre ogni rappresentazione, l’inde e il deinde dell’intera sceneggiatura. Di questo scambio continuo lo spettatore tenta di carpirne il dunque, l’arrivo, la certezza indistruttibile che tramuta ogni dubbio. Questo spettacolo, che sembra così ben articolato e ben diretto, si dice non sia stato preceduto da alcuna prova, si racconta non abbia avuto alcun copione, ogni singola battuta è semplicemente libera di esser vera. Sarà forse questo il motivo per il quale l’umanità, ritrovatasi al centro dell’incredibile, non riesca a trovare un posto che le si attiene definitivamente? Come mai, in un contesto così evidentemente reale, così decisamente unico, così sostanzialmente ben definito e vero, l’umanità, capacità delle capacità, ha la percezione di non essere notata, di essere invisibile?

 

 

Scende dal palcoscenico e si incammina fra gli spettatori alla ricerca della loro attenzione, si avvicina ad ogni singolo individuo fissandolo negli occhi nella speranza di un sussulto, di un gesto che richiami la sua presenza in quella dimensione. In ogni sguardo nota il riflesso abbagliante che viene dallo specchio al centro della scena, cerca di trovare se stessa, vuole definirsi, vuole scorgere la sua essenza, ma tutto ciò che riesce a derivare è la vibrazione di battiti che a frequenze diverse si alternato da spettatore a spettatore. Ognuno di essi vibra in maniera univoca, ognuno ha disegnata sul volto una singolare espressione, la staticità di ogni viso è talmente indipendente dalle altre che l’umanità ha serie difficoltà a decifrarle tutte. Consta del fatto che nessuno fra coloro a cui si è avvicinata è capace di percepirla, torna sconfortata sul palcoscenico senza tentare ulteriormente di confrontarsi con gli infiniti invitati ed impegna ogni sua consapevolezza per avere invece un qualche tipo di rapporto con gli attori. 

 

Senza badare a ciò che ne potrebbe derivare, si interpone coscientemente fra un’azione e l’altra, utilizza la sua unica conoscenza, ciò che la rappresenta, ed interviene fra quel che è stato e ciò che potrebbe essere. Intenzionalmente si libera di ogni sua verità per prendere parte all’opera e si rende presto conto che gli attori, a prescindere da quel che essa fa, continuano a comportarsi proprio come al primo atto: recitano in perfetta sincronia. Inarrestabile, l’umanità dona ogni atomo di creatività e trasforma ogni atto in una nuova scena, un nuovo possibile inizio dell’opera. Vuole ardentemente trovare la combinazione giusta di fattori che possa permettere alla sceneggiatura di iniziare da un punto dopo il quale tutto ciò che ne deriva può soltanto essere migliore del precedente, ma più va avanti nella sua ardua impresa, più si rende conto che migliore del precedente implica inevitabilmente peggiore del prossimo. Un’istante dopo si ferma, lascia che le cose vadano per il loro corso, si volta verso la platea, dopo quegli attimi furibondi di interazioni con gli attori, e nota che fra gli spettatori vi era qualche poltrona vuota. Si dispera, credendo di aver spinto alcuni di essi a lasciare la sala, d’improvviso però, si accorge che una nuova poltrona si libera, ma lo spettatore non ha lasciato il posto uscendo dalla sala, bensì il suo corpo fermo con la sua espressione unica si è semplicemente volatilizzato. Presa dalla curiosità resta in attesa ad osservare, ma niente accade, inizia dunque a riprendere le sue attività di interazione con gli attori, di tanto in tanto però osserva il pubblico. Si rende presto conto che più interviene sulla scena più gli spettatori spariscono, coloro che lasciano la poltrona però hanno lineamenti del viso che ricordano espressioni tristi, disperate, preoccupate, nervose, impaurite, annoiate, spente. 

 

 

L’umanità, che si è interposta fra le cause e gli effetti, ha determinato una conseguenza che si è verificata al di fuori della scena, ha generato una nuova forma di interazione, questa volta fra lo spettacolo e gli spettatori. Indirettamente si è fatta percepire dalla platea al punto tale da influenzarla. Anche se gli spettatori non hanno mai avuto modo di vederla nella realtà, non ne hanno mai riscontrato una fisicità, ne sono rimasti suscitati fino al punto in cui una parte di essi si è estinta. Lentamente i riflessi nello specchio stanno diminuendo, ma l’intensità della luce è costante, uguale. Le nuvole di dubbi si stanno dissolvendo e la luce rende tutto più nitido, più chiaro, più certo. 

 

La capacità delle capacità sente nel profondo che ciò che sta accadendo è magia pura, è l’impossibile che diventa possibile, persevera quindi nel raggiungimento dell’obbiettivo degli obbiettivi, la scena delle scene, l’incipit di un’opera che sarà ricordata finché dura il tempo. Avanza nel suo percorso interferendo, animosamente e con tutta se stessa, fra la causa e l’effetto, portando quindi sempre nuove possibili coincidenze a verificarsi. Come fa ad agire in maniera così sicura, così determinata, senza avere il minimo dubbio che ciò che fa accadere non sia un errore, ma sia piuttosto il giusto? Eppure la platea continua a non vederla come reale, continua a sparire in parte nel nulla, emozione dopo emozione. 

 

Una capacità in quanto tale è come un qualsiasi colore, un qualsiasi numero, una qualsiasi lettera, un qualsiasi concetto. E’ ciò che è senza pretendere di essere altro. Se chiedesse di rappresentare altro non sarebbe ciò che è, se volesse tramutarsi in qualcosa di differente sarebbe appunto semplicemente qualcosa, non avrebbe alcuna certezza, non avrebbe singolarità, non sarebbe identità pura. Ecco dunque il motivo per il quale, così come gli attori in scena, essa agisce in perfetta sincronia con se stessa, ecco il motivo per il quale è al centro del palcoscenico, ecco il perché del suo essere lì ed ora. Il suo posto è proprio dove può, deve e vuole essere.

 

Nella dissolvenza dei punti di domanda che prima affollavano il caos, è ora il cosmo a determinarne l’ordine. Il supposto disordine che sembrava caratterizzare l’infinito ed eterno susseguirsi di avvenimenti, si tramuta in un disegno le cui forme avvicinano la comprensione, i cui lineamenti, prima distorti ed ora ben definiti, diventano palpabili, concreti, reali. Gli spettatori che erano immobili nel nulla, si dissolvono nel tutto. Le espressioni derivate da vibrazioni negative, come il più complesso dei processi alchemici, sembrano non essere scomparsi completamente. L’umanità, infatti, nota che quella sorta di vapore derivante dall’estinguersi non definitivo di alcuni spettatori, è ora un incredibile polvere di ogni colore che aleggia leggiadra nello spazio tutt’intorno, come se fosse in attesa di altro ancora a venire. L’impeto che la caratterizza, sospinge la capacità delle capacità a continuare il suo perché, e più la sua intenzione si palesa in influenza della causalità, più il numero di invitati si riduce in maniera quasi concentrica. 

 

Quando ormai sembra dissolta la maggior parte degli spettatori, l’umanità arresta per un attimo il suo processo ed osservando gli ultimi due invitati al centro della sala si domanda se continuando non spariscano anch’essi, per rimanere poi solitaria fra gli attori che insistenti continuano ad avvicendarsi sulla scena senza sosta. Scende dunque un’ultima volta dal palcoscenico per avvicinarsi ad essi, un uomo ed una donna al centro esatto dell’infinita sala, centro che risulterebbe irraggiungibile per una forma, per la materia, ma lei, l’umanità, non conosce confini, è illimitata, eterea. Giunta nell’attesa di un battito di ciglia, si posiziona intorno ad essi ed ecco che nei loro occhi scorge l’insieme dei raggi del proiettore eterno, le loro espressioni sono però neutre, la loro vibrazione è assente. La nuvola di microscopiche particelle cristalline è ancora presente sopra di essi.

 

Fra le due possibilità vi è la loro scomparsa qualora l’umanità continuasse ad interporsi nel rapporto di causalità, intende quindi avvolgerli completamente almeno una volta prima di un probabile addio. Tale intenzione fa attivare un processo inaspettato. La nuvola cristallina inizia a scomporsi in parti infinitesimali che, come pioggia leggera, come piume, si avvicinano all’uomo e alla donna, andando a ricoprire interamente il loro corpo, sia esternamente che internamente. Inaspettatamente ogni possibile espressione si palesa sul viso dei due, ogni livello di vibrazione, ogni intensità di battito si alternano con ritmo inarrestabile. Il livello di sensazioni, di emozioni, di percezione, aumenta così intensamente che la stessa umanità ne viene coinvolta. Anche non essendo composta di materia, inizia anch’essa a vibrare e viene travolta da una spirale che dal più piccolo dei vortici si espande fino comprendere l’intero teatro. Gli attori sul palcoscenico per la prima volta interrompono il loro corso per una frazione di tempo talmente minima che è risultato quasi impercettibile. In quello stesso attimo il turbinio diventa una luce abbagliante che si condensa tutta in un singolo punto nella sala fino a concentrarsi nel centro dell’uomo e della donna. Tutto scompare in un unico bianco abbagliante.

 

 

L’umanità, capacità delle capacità, ha permesso al corpo, alla mente e all’anima dei due individui di rinascere. Riaprendo gli occhi, i due si ritrovano distesi su di un prato in piena primavera, sopra i loro occhi una distesa di azzurro cielo. Si guardano, lui sorride, lei piange di gioia, si abbracciano, si baciano. Intorno ad essi una moltitudine di persone cammina beata, alcuni mano nella mano, altri giocosi si nascondono dietro un grande tronco inseguiti da un cane, altri ancora sorridenti si scambiano gesti cordiali, ognuno di essi è la rappresentazione più pura di se stesso. 

 

Come si crea la felicità?

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